L’epopea di Gilgamesh.
Il racconto del diluvio
Ea sussurrò le parole degli dèi alla mia casa di canne: Casa di canne, casa di canne! Muro, o muro, ascolta casa di canne, rifletti, o muro! Uomo di Suruppak, figlio di Ubara-Tutu, abbatti la tua casa e costruisci ina nave, abbandona i tuoi averi e cerca la vita, disprezza i beni mondani e mantieni viva l’anima tua.
Abbatti la tua casa, ti dico, e costruisci una nave. Ecco le misure del battello, così come lo costruirai: che la sua larghezza sia pari alla sua lunghezza, che il suo ponte abbia un tetto come la volta che copre l’abisso; conduci quindi nella nave il seme di tutte le creature viventi.
Quando compresi, dissi al mio Signore: Quello che hai comandato io lo onorerò e lo compirò.
Alla prima luce dell’alba la mia famiglia si riunì attorno a me, i bambini portarono pece e gli uomini tutto il necessario.
Il quinto giorno misi in posa la chiglia e le coste, poi fissai il fasciame.
Di un acro era la sua area di terreno, ogni lato del ponte misurava cento e venti cubiti e costituiva un quadrato. Sottocoperta costruii 6 ponti, 7 in tutti; li divisi in 9 sezioni con paratie fra di loro. Dove era necessario infissi dei cunei, provvidi alla pertiche di spinta e caricai provviste.
I portatori recarono olio in canestri, versai pece nella fornace e asfalto e olio; latro olio venne consumato per calafatare,altro ancora lo mise tra le sue provviste il nocchiero. Per la mia gente macellai buoi, ogni giorno uccisi delle pecore.
Ai carpentieri diedi da bere vino come se fosse acqua di fiume, mosto e vino rosso, olio e vino bianco. Vi fu una festa allora come si fa per l’anno nuovo; io mi unsi il capo. Al settimo giorno la nave era pronta. Vi caricai tutto ciò che avevo, oro e creature viventi: la mia famiglia, i parenti, gli animali del campo sia selvatici sia domestici, e tutti gli artefici. Li mandai a bordo, perchè era già compiuto il tempo che Samas aveva disposto allorchè disse: Questa sera, quando il cavaliere della tempesta manderà giù la pioggia distruggitrice, entra nella nave e serra i boccaporti.
Il tempo era compiuto, venne la sera, il cavaliere della tempesta mandò la pioggia. Guardai fuori e il tempo era terribile, così anch’io salii a bordo della nave e chiusi i boccaporti. Era tutto finito, la chiusira e la calafatura, diedi dunque il timone al timoniere. Puzur-Amurri, assieme alla navigazione e alla cura di tuta la nave.
Alle prime luci dell’alba venne dall’orizzonte una nube nera; tuonava da dentro, là dove viaggiava Adad, Signore della tempesta.
Davanti, sopra collina e pianura, venivano Sullat e Hanis, nunzi della tempesta. Poi sorsero gli dèi dell’abisso: Nergal divelse le dighe delle acque sotterranee, Ninurta dio delle guerra abbattè gli argini e i sette giudici degli Inferi, gli Anunnakku, innalzarono le loro torce, illuminando la terra di livida fiamma.
Sgomento e disperazione si levarono fino al cielo quando il dio della tempesta trasformò la luce del gionro in tenebra, quando infranse la terra come un coccio.
Per un giorno intero imperversò la bufera; infuriando sempre di più si riversava sulla gente come l’impeto di una battaglia, nessuno poteva vedere il proprio fratello, né dal cielo si potevano vedere gli uomini.
I venti soffiarono per 6 giorno e 6 notti; fiumana, bufera e piena sopraffecero il mondo, bufera e piena infuriarono assieme come schiere in battaglia.
Quando venne l’alba del settimo giorno, la tempesta dal Sud diminuì divenne calmo il mare, la piena s’acquietò, guardai la faccia del mondo e c’era silenzio, tutta l’umanità era stata trasformata in argilla.
La superficie del mare
si estendeva piatta come un tetto, aprii un boccaporta e la luce cadde sul mio viso.
Poi mi inchinai, mi sedetti e piansi, le lacrime scorrevano sul mio volto, poichè da ogni parte c’era il deserto d’acqua. Invano cercai la terra, ma a quattordici leghe di distanza apparve una montagna, e li si arenò la nave; sul monte Nisir rimase incagliata la nave, rimase incagliata e non si mosse.
per un giorno rimase incagliata, per un secondo giorno rimase incagliata sul monte Nisir e non si mosse. Per un terzo, per un quarto giorno rimase incagliata sul monte e si mosse; per un quinto, per uin sesto giorno rimase incagliata sulla montagna. All’albeggiare del settimo giorno liberai una colomba e la lascia andare. Volò via, ma non trovando dove riposarsi fece ritorno.
poi liberai una rondine ed essa volò via, ma non trovando dove riposarsi fece ritorno. Poi liberai un corvo e questo vide che le acque si erano ritirate, mangiò, volò all’intorno, gracchiò e non fece ritorno.
Allora aprii tutto ai quattro venti, feci afferte sacrificali e versai una libagione sulla cima del monte.
Argomenti: diluvio, epopea, Gilgamesh, nave
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