Brick Lane.

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Titolo originale: Brick Lane

Autore: Monica Ali

Editore: Il Saggiatore

- Tower Hamlets. Londra, 1985. -

Nazneen salutò con la mano la signora dei tatuaggi: era sempre lì, quando lei guardava oltre la distesa di erba secca e le lastre spezzate della pavimentazione, verso l’edificio di fronte. Quasi tutti gli appartamenti che chiudevano il quadrato sui tre lati avevano tende leggere, e dietro quello schermo la vita era tutta sagome e ombre. La signora dei tatuaggi, invece, non aveva tende. Stava seduta lì mattina e pomeriggio, le cosce che traboccavano dalla sedia, chinandosi in avanti per far cadere la cenere in una ciotola, piegandosi all’indietro per bere un sorso dalla lattina. Proprio lì in quel momento bevve e lanciò la lattina dalla finestra.

Era quasi mezzogiorno. Nazneen aveva finito le faccende di casa. Di lì a poco avrebbe cominciato a preparare il pasto della sera, ma per il momento lasciava che il tempo scorresse via. Faceva molto caldo e il sole cadeva piatto sugli infissi di metallo, riflettendosi sui vetri. Alla finestra di un appartamento all’ultimo piano della palazzina Rosemead era appeso un sari rosso e oro. Più in basso erano stesi un bavaglino e una minuscola salopette. L’insegna fissata al muro di mattoni era scritta in rigidi caratteri maiuscoli inglesi, mentre gli svolazzi al di sotto erano bengalesi. Vietato gettare rifiuti. Vietato parcheggiare. Vietato giocare a palla. Due vecchi in panjabi bianco e papalina camminavano lentamente lungo il viottolo, come se non avessero voglia di andare là dove erano diretti.

Un cane marrone, smilzo, seguì fiutando una pista nell’erba, poi defecò. La brezza che aleggiava sul viso di Nazneen era appesantita dall’odore dei cassonetti comuni che trraboccavano di rifiuti. Ormai erano sei mesi che l’avevano mandata a Londra. Ogni mattina, prima di aprire gli occhi, pensava se fossi il tipo che prova desideri, su quale desiderio proverei. Poi apriva gli occhi e vedeva sul cuscino accanto il viso gonfio di Chanu, le labbra dischiuse in un’espressione indignata anche nel sonno. Vedeva il tavolo da toeletta rosa con lo specchio dalle volute laterali e il mostruoso armadio nero che occupava gran parte della stanza. Questo significava ingannare? Pensare su quale desiderio proverei non equivaleva a provarlo? Se lei sapeva quale sarebbe stato il desiderio, voleva dire che da qualche parte nel cuore lo aveva già formulato.

La signora dei tatuaggi ricambiò il saluto. Si grattò braccia, spalle, le parti accessibili delle natiche. Sbadigliò e accese una sigaretta. Almeno due terzi della superficie visibile delle carni erano ricoperti di inchiostro. Nazneen non si era mai avvicinata (mai troppo, mai più di così), nemmeno quant’era necessario a decifrare i disegni. Chanu diceva che la signora dei tatuaggi era una Hell’s Angel, e Nazneen ne era sconvolta. Lei pensava che i tatuaggi fossero fiori o uccelli. Erano brutti e rendevano la donna ancora più brutta del necessario, ma era chiaro che non gliene importava. Ogni volta che la vedeva, la donna aveva la stessa espressione annoiata e distaccata. Era, quello, lo stato mentale cui ambiscono i sadhu, gli asceti che attraversano coperti di stracci i villaggi musulmani, indifferenti alla cortesia degli estranei e al sole spietato.

A volte Nazneen immaginava di scendere al pianterreno, di attraversare il cortile e salire la scala della Rosemead fino al quarto piano. Forse avrebbe dovuto bussare a diverse porte prima che la signora dei tatuaggi rispondesse. Avrebbe portato con sè qualcosa da offrirle, delle samosa o del bhaji. La signora dei tatuaggi avrebbe sorriso e anche lei avrebbe sorriso, e forse si sarebbero sedute insieme vicino alla finestra e il tempo sarebbe trascorso più facilmente. Ci pensava, ma non lo faceva mai. Se avesse bussato alla porta sbagliata, sarebbero venuti ad aprire degli estranei. La signora dei tatuaggi si sarebbe, magari, irritata per un’interruzione indesiderata. Era chiaro che non amava lasciare la sua sedia. Del resto, anche se non fosse andata in collera, a che sarebbe servito? Nazneen sapeva dire soltanto due parole in inglese: sorry e thank you. Meglio trascorrere un’altra giornata da sola. Era soltanto un’altra giornata.

Doveva provvedere alla cena. L’agnello al curry era già pronto. L’aveva preparato la sera prima, con pomodori e patate novelle. C’era ancora del pollo nel freezer, avanzato dall’ultima volta che il dottor Azad era stato invitato e poi, all’ultimo momento, aveva declinato. Doveva ancora preparare il dal e i piatti di verdure, macinare le spezie, lavare il riso e cucinare la salsa per il pesce che Chanu avrebbe portato a casa quella sera. Doveva sciacquare i bicchieri, strofinandoli poi con la carta di giornale per farli scintillare. E se fosse andata male? Il riso poteva attaccarsi, il dal essere troppo salato. Canu poteva dimenticare il pesce. Era soltanto una cena. Una sola cena. Un solo ospite.

Lasciò aperta la finestra. Salendo in piedi sul divano, prese il Sacro Qur’an dalla mensola alta che Chantu aveva dovuto costruire apposta. Lei espresse la sua intenzione con il massimo fervore possibile, cercando scampo da Satana, serrando i pugni e conficcando le unghie nel palmo delle mani. Poi scelse una pagina a caso e cominciò a leggere. A Dio appartiene ciò che è nei cieli e ciò che è sulla terra. Vi esortiamo, come abbiamo esortato coloro ai quali il Libro è stato dato prima di voi, a temere Dio. Se lo rinnegate, sappiate che a Dio appartiene ciò che è nei cieli e ciò che è sulla terra. Dio è colui che basta a se stesso, il Degno di Lode.

Quelle parole le placarono lo stomaco e ne trasse un senso di piacere. Anche il dottor Azad non era niente in confronto a Dio. A Dio appartiene ciò che è nei cieli e ciò che è sulla terra. Lo ripetè più volte, a voce alta. Era padrona di sè. Nulla poteva turbarla. Soltanto Dio, se avesse voluto. Chanu poteva pure agitarsi e lamentarsi perchè doveva venire a cena il dottor Azad. Facesse pure. A Dio appartiene ciò che è nei cieli e ciò che è sulla terra. Chissà come suonava in arabo? Meglio che in bengali, pensava, perchè quelle erano le parole autentiche di Dio.


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