Love Falls.

Love Falls

Titolo originale: Love Falls

Autore: Esther Freud

Editore: Voland

Non so se ti ho mai parlato della mia amica Caroline, - disse Lambert, mentre uno spesso piatto bianco colmo di kedgeree veniva portato al tavolo e adagiato sulla tovaglia di lino proprio di fronte a Lara - ma stamattina ho ricevuto una lettera e … - Fece una pausa per permettere l’arrivo delle sue costolette. - Pare che non stia affatto bene.

- Ah. Cioè, no. Credi di no. - Lara abbassò lo sguardo sui filetti di pesce affumicato, i pezzetti di tuorlo d’uovo dorati, il riso cosparso di prezzemolo. Voleva cominciare, ma le sembrava scortese. - E molto … ? Non aveva ancora capito se si poteva fare riferimento all’età in presenza di persone anziane. - E’ … - Allora lo disse con tono allegro. - Molto anziana? - Bè … - Suo padre impugnò un coltello affilato e lo affondò nella carne. - Non troppo, no. Avrà qualche anno più di me. Una sessantina, forse? - Poi un sospiro. - Piuttosto giovane.

Lara annuì mentre portava la prima forchettata alla bocca, i soffici chicchi profumati di cannella e chiodi di garofano, i fini semi di cumino che si frantumavano tra i denti, e si domandò se lei avrebbe mai considerato giovane una persona sulla sessantina. - E quindi mi sono detto - continuò il padre mentre il cameriere versava il tè - che forse dovrei andarla a trovare. Ha affittato una casa in Italia per l’estate, come d’altronde ha sempre fatto dal momento che il suo ultimo marito era italiano, e mi invita ogni anno, ma questa volta … bè questa volta penso proprio che dovrei andarci.

Poi abbassò lo sguardo e aggrottò le sopracciglia concedendo a Lara la possibilità di osservarlo, di vedere quanto quella decisione gli pesasse, un uomo che si era ripromesso di non allontanarsi mai da Londra, e infatti non se ne era mai allontanato, per quanto ne sapeva lei, da prima che fosse nata. - Perchè, - gli aveva domandato un giorno- non fai mai un viaggio? E lui scrollando le spalle le aveva a sua volta chiesto: - Che sensa ha viaggiare quando si è già nel posto migliore del mondo? Mangiarono in silenzio per alcuni minuti finchè il padre, con ancora il boccone tra i denti, cominciò a fissarla. - Ci sei mai stata? - Dove? - In Italia.

Lara scosse la testa. Era stata con la madre in India, in pullman, passando per Belgio, Germania, Grecia e Turchia, attraversando poi Iran (anche se loro la chiamavano Persia per far passare più in fretta il tempo) e Afghanistan, e poi lungo il Passo Khyber. Era stata anche in Scozia, anzi ci aveva vissuto per sette anni, quindi forse non contava, ma non era mai stata in Italia, no. Il padre continuava a fissarla. - Ho pensato che magari ti farebbe piacere venire. - Con te? Lui annuì.

- Davvero? Cioè, si. Mi piacerebbe. Si scambiarono un sorriso, a sigillo del loro patto, e poi Lara si sentì trafiggere da spirali d’ansia, terrore e delirante eccitazione, di una forza tale che l’appetito le passò completamente e, di colpo, finire il pranzo le parve un’impresa estenuante, come se le fosse stato chiesto di arare un campo intero. Il padre di Lara, Lambert Gold, viveva in un appartamento buio, dai rivestimenti spessi, a metà di un’ampia scalinata ricoperta di moquette. C’era una piccola cucina, un piccolosalotto, un ampio studio e una camera da letto a cui Lara aveva dato solo qualche sbirciata, e che però aveva al suo interno una pianta di colore verde chiaro che l’aveva sempre colpita; la pianta, che si arrampicava lungo la parete, era di una bellezza tale da sembrarle fuori posto nell’oscurità che avvolgeva il resto dell’appartamento.

Attraverso la porta semiaperta, le foglie a forma di cuore e gli steli intrecciati sembravano respirare, protendersi verso la luce, fremere impercettibilmente alle deboli brezze, e avevano sempre quel colore primaverile, in qualunque periodo dell’anno. La pianta era l’unica testimonianza che suo padre aveva effettivamente conosciuto sua madre, perchè anche lei aveva una pianta, un geranio dall’odore di limone che teneva sul comodino. Ma a differenza della pianta del padre, di cui non conosceva il nome, quella della madre era in continua evoluzione, invecchiava, germogliava, avvizziva e riprendeva vigore secondo le stagioni. Il fusto era marrone e nodoso, le foglie morte cadevano arricciandosi in mucchietti dentro il sottovaso e, se la strusciavi passandoci accanto, la pianta rilasciava un odore così intenso e fresco da riempire la stanza, costringendoti a interrompere qualsiasi cosa stessi facendo e a inspirare.

Fin da quando lo conobbe, e a volte le dava fastidio non riuscire a ricordare il loro primo incontro, suo padre stava scrivendo una storia della Gran Bretagna del Ventesimo secolo. Alcune sezioni erano già state pubblicate, un fatto che gli faceva saltare i nervi perchè il suo piano di lavoro veniva puntualmente sconvolto da richieste di articoli, interviste e lettere a cui rispondere. Aveva l’aria di doversi costantemente difendere da qualsiasi interruzione, di non potersi davvero permettere, idealmente almeno, di essere disturbato, e così le poche persone che riuscivano a vederlo si sentivano come degli eletti, e ogni secondo passato in sua compagnia era un dono, una grazia ricevuta.

Il vero nome di Lambert era Wolgang Goldstein. Da piccolo tutti lo chiamavano Wolf, ma tre mesi dopo il suo arrivo a Londra decise di cambiare nome, quando il suo nuovo nome lo vide stampato in calce a una lettera indignata che aveva spedito al “Times” l’indomani del suo diciottesimo compleanno. - Perchè hai scelto proprio Lambert? - gli aveva chiesto una volta Lara, domandandosi intanto come avrebbe deciso di chiamarsi se il suo stesso nome, Lara Olgalissia Riley, sarebbe un giorno diventato un peso insopportabile, e lui aveva risposto che aveva scelto Lambert perchè suonava meno minaccioso di Wolfgang pur mantenendo con esso una certa attinenza, un giochino di cui sorridere tra sè e sè. Il nome lo aveva scovato tra le pagine degli annunci funebri di un giornale, William Lambert “Bertie” Percival, un colonnello dell’esercito morto in pace nel sonno. Cosa aveva scritto in quella lettera? Lara si dimenticava sempre di chiederlo, e quando se ne ricordava non era mai il momento giusto.


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