Nelle terre estreme

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Titolo originale: Into the Wild

Autore: Jon Krakauer

Editore: Corbaccio

- Capitolo 1 -

Jim Gallien aveva appena lasciato Fairbanks da circa sei chilometri, quando sul ciglio della strada scorse un ragazzo col pollice alzato, tutto tremante nella neve di una grigia alba d’Alaska. Sembrava piuttosto giovane: diciotto, diciannove anni al massimo. Dallo zaino gli sporgeva un fucile, ma tutto sommato aveva un’aria amichevole e nel quarantanovesimo Stato non è certo un autostoppista con un Remington semiautomatico a spaventare un conducente. Gallion accostò e invitò il ragazzo a salire.

L’autostoppista buttò lo zaino sul pianale del Van e si presentò come Alex. “Alex … ?” domandò Gallien cercando di capirne il cognome. “Solo Alex” rispose il ragazzo respingendo l’esca. Alto poco più di un metro e settanta, di costituzione magra, disse di avere ventiquattro anni e di venire dal Sud Dakota. Spiegò che gli serviva un passaggio fino al confine del Denali National park, dove intendeva addentrarsi nella foresta e “vivere della natura per qualche mese”. Gallien, un elettricista membro del sindacato, era diretto ad Anchorage, trecentottanta chilometri dopo il Denali lungo la George Parks Highway, dunque lasciò che fosse Alex a decidere dove scendere.

Lo zaino del ragazzo sembrava pesante soltanto una decina di chili, e Gallien, esperto cacciatore e boscaiolo, ne rimase colpito perchè era troppo leggero per un soggiorno di parecchi mese nell’entroterra, soprattutto a primavera appena iniziata. “Non aveva con sè nemmeno lontanamente cibo e attrezzatura necessari per quel tipo di viaggio”, racconta Gallien. Il sole sorse e mentre scendevano luno le creste alberate sopra il fiume Tanana, Alex contemplava la distesa di muskeg che nel vento si estendeva verso sud. Gallien si domandò se non fosse uno di quei tiopi strambi che dagli altri quarantotto Stati vanno al Nord per sperimentare le sconsiderate fantasie di Jack London. L’Alaska ha sempre esercitato un certo fascino su sognatori e disadattati, su chi pensa di poter rattoppare i buchi della propria esistenza nell’incontaminata vastità dell’Ultima Frontiera.

Soltanto che la foresta non perdona e di sogni e desideri non sa che farsene. “La gente che viene da fuori” racconta Gallien in tono lento e ampolloso, “si prende una una copia di Alaska, la sfoglia e comincia a pensare: ‘Ehi, perchè no, me ne vado lassù, nella natura e mi concedo una vita sana per qualche tempo’. Ma quando arriva qui e finisce nella foresta, bè, trova un mondo ben diverso da quello presentato sul giornale. I fiumi sono gonfi e impetuosi, le zanzare ti mangiano vivo e in molti posti non trovi granchè da cacciare. Insomma, vivere nella foresta non è certo come fare un pic nic”. Ci vollero due ore d’auto per giungere al confine del Denali National Park e più i due si parlavano, più Gallien si convinceva di non avere di fronte uno di quei matti, ma una persona istruita e piacevole.

Alex lo tempestò di domande intelligenti sulla selvaggina locale, sulle bacche commestibili, insomma su “quel genere di cose”. Ma Gallien era preoccupato. Il giovane ammise di avere con sè soltanto cinque chilogrammi di riso e l’attrezzatura sembrava proprio scarsa rispetto alle dure condizioni dell’interno, che in aprile giace ancora sotto una coltre di neve invernale. Gli scarponi in pelle non erano nè impermeabili nè ben isolati, il fucile calibro 22 aveva un diametro troppo piccolo per uccidere animali di grossa taglia come alci e caribù, che d’altra parte avrebbe dovuto cacciare se sperava di fermarsi a lungo da quelle parti. Non possedeva ascia, insetticida, scarpe da neve e neppure una bussola. L’unico strumento di cui disponeva per orientarsi era una malconcia carta stradale rubata in una stazione di servizio.

A centosessanta chilometri circa da Fairbanks l’autostrada comincia ad arrampicarsi sulle pendici della Catena d’Alaska. Quando l’autocarro attraversò un ponte sul fiume Nenana, Alex, guardando la corrente che fuggiva rapida, confessò di avere paura dell’acqua. “Un anno fa, in Messico,” raccontò “ero nell’oceano in canoa, quando è scoppiata una tempesta. Per poco non annegavo”. Più tardi estrasse una rudimentale cartina e mostrò a Gallien una linea rossa tratteggiata che avrebbero incontrato vicino a Helay, la città delle miniere di carbone. rappresentava un sentiero chiamato Stampede Trail che viene percorso raramente e che gran parte delle carte stradali d’Alaska non riporta neppure. Su quella di Alex invece la linea tratteggiata serpeggiava a ovest della Parks Highway per una sessantina di chilometri prima di scomparire nel mezzo del territorio selvaggio a nord del monte McKinley. Era proprio lì che voleva andare, annunciò il ragazzo.

Gallien pensò che i piani dell’autostoppista fossero decisamente arditi e tentò più volte di dissuaderlo: “Lo avvertii che in quella zona era molto difficile cacciare e che potevano passare diversi giorni senza uccidere un animale. Quando mi accorsi che non funzionava, cercai di spaventarlo con le storie sugli orsi. Gli dissi che un calibro 22 con un grizzly non avrebbe fatto un bel niente se non mandarlo su tutte le furie. Ma Aòex non sembrava preoccuparsene. “Mi arrampicherò su un albero” rispose. Allora gli spiegai che da quelle parti gli alberi non sono molto grandi e che un orso poteva abbattere un piccolo abete nero senza difficoltà. ma nulla da fare, quel ragazzo trovava una risposta a tutto”.

Gillien si offrì di portarlo fino ad Ancorage, di comprargli un’attrezzatura decente e di accompagnarlo ovunque volesse. “No, grazie comunque” rispose Alex. “Me la caverò con quello che ho”. Jim gli domandò se avesse una licenza di caccia. “Caspita, certo che no” rispose il giovane in tono di shcerno. “Al governo non deve fregargliene niente di cosa mangerò. Fanculo loro e le loro stupide regole”. Quando Gallien gli domandò se i genitori o qualche amico fosse al corrente dei suoi piani, se insomma qualcuno avrebbe dato l’allarme in caso di problemi o ritardi, Alex rispose pacatamente che nessuno ne sapeva niente e che, in verità, erano ormai due anni che non sentiva la famiglia. “Sono più che certo” rassicurò Gallien “di non fare nulla che non sappia affrontare da solo”.

“Era impossibile fargli cambiare idea” ricorda Gallien. “Era determinato, tutto preso dal suo progetto. La parola che mi viene in mente è ‘eccitato’, non vedeva l’ora di andarsene là fuori e cominciare”. A tre ore da Fairbanks, Gallien abbandonò l’autostrada e condusse lo sgangherato quattro per quattro su una stradina laterale coperta di neve. I primi chilometri dello Stampede Trail erano ben livellati e costellati di capanni che sorgevano sulle zone erbose tra abeti e tremoli pioppi. Dopo l’ultima baracca di tronchi, la strada peggiorò rapidamente. Erosa dall’acqua e oppressa dagli otani, si rivelò ben presto un sentiero impervio e trascurato.

In estate la strada era sconnessa ma percorribile. In quel periodo dell’anno invece mezzo metro di neve molliccia la rendeva intransitabile. Circa sedici chilometri dopo aver lasciato l’autostrada, temendo di rimanere impantanato, Gallien si fermò in cima a una piccola salita. Le vette ghiacciate della maggiore catena montuosa del Nord America risplendevano nell’orizzonte sudoccidentale. A tutti i costi Alex volle lasciare a Jim orologio, pettine e tutto il denaro che possedeva: ottantacinque centesimi in spiccioli. “Non voglio i tuoi soldi” protestò Gallien “e poi io l’orologio ce l’ho già”. “Guarda che tanto se non lo prendi, lo butto via” ribattè allegramente Alex. “Non voglio sapere che ore sono, che giorno è e neppure dove mi trovo. Non me ne importa niente”.


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