Il pentito Monticciolo svela in un libro il più atroce delitto di mafia.
Oggi mentre sistemavo la mia camera, mi è capitata tra le mani una rivista dello scorso settembre. Non so nemmeno perchè si trovasse qui dato che non leggo questo genere di settimanali. Una cosa mi ha colpito della copertina: la frase che ho scritto nel titolo di questo post. Così mi sono messa a leggere l’articolo, scritto dal pentito Giuseppe Monticciolo, che tratta la morte del piccolo Giuseppe Di Matteo (figlio del collaboratore di giustizia Santino Di matteo), rapito, ucciso e poi sciolto nell’acido.
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Rapito il 23 novembre 1993 quando aveva solo 11 anni, strangolato e sciolto in un bidone di acido muriatico, Giuseppe Di Matteo fu la più innocente tra le innocenti vittime della mafia. Morì dopo 779 giorni tutti uguali, trascorsi in celle ricavate dentro ville o in bunker sotterranei, con carcerieri cui era persino proibito rivolgergli la parola.
Colpevole solo di essere figlio di suo padre, il collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, ridotto a trenta chili d’ossa, trascinato da un covo all’altro “come un mucchietto di stracci sporchi”, il piccolo Giuseppe “non ha mai concesso ai suoi aguzzini di sfiorare la propria dignità , nè mai da loro si è fatto calpestare”.
Lo racconta, in un libro scritto con il giornalista Vincenzo Vasile, uno dei “mostri” (parola sua) che parteciparono al sequestro, Giuseppe Monticciolo, mafioso di San Giuseppe Jato, killer fidato degli spietati Corleonesi e uomo di fiducia di Giovanni Brusca (che della vittima fu prima padrino di battesimo e poi carnefice). Monticciolo, che ai giudici ha svelato nomi e fatti, delitti e arsenali di Cosa Nostra e oggi è agli arresti domiciliari, in questo libro racconta una mafia senza onore, impregnata di inganni, angosce, tradimenti e crudeltà . E poi l’attentato a Costanzo, le bombe “in continente” del 1993 … E, per la prima volta, l’inferno “di quel bambino che non avrebbe mai cessato di perseguitarmi … era dentro di me, lo sentivo, e lì sarebbe rimasto”. Ecco stralci del capitolo più toccante.
Il bunker che avevo costruito era un’opera d’arte di ingegneria, e sono certo che neanche una bomba atomica, esplodendo nel vicinissimo paese, avrebbe messo in pericolo quelli che l’abitavano. Lo sanno bene gli agenti che vi condussi in seguito. Per entrarci impiegarono un’intera giornata di lavoro, servendosi delle migliori tecnologie di demolizione. La stanza che avevo fatto per il bambino, seppur priva di luce naturale, era comoda quanto poteva esserlo una cella di prigione, e non avrei potuto fare di meglio …
Travestito per gli incontri
La penultima volta che vidi il piccolo Giuseppe fu il giorno in cui gli portai una montagna di riviste nelle quali potè trovare le immagini di tutte le razze di cavalli del mondo. Entrai nella cella col mio abituale travestimento da palombaro, mi avvicinai al suo lettino … Avevo cercato di falsare la mia voce, ma Giuseppe mi aveva riconosciuto. Gli occhi del bambino divennero più vivi, il suo disprezzo era scomparso, almeno per i pochi minuti che rimasi in quella cella. “Se ne vuoi delle altre, domandale, te le faremo avere”, gli dissi, posando delicatamente sul bordo del letto quelle che avevo in mano. “Grazie”, rispose a me personalmente, e non per cortesia. Almeno questo oggi mi piace credere.
Quanto avrei voluto abbracciare quel cosino che era ridotto come uno di quei bambini denutriti che si vedono nei documentari sulle carestie africane. Invece girai su me stesso e, con un nodo alla gola, uscii da quella cella. Come si potrebbe definire il seguito di questa tragedia non lo so, nè credo di avere il diritto di cercare altre parole. Posso solo dare il mio contributo raccontando cosa avvenne …
La fuga del carceriere
A Giambascio, poco lontano dal paese, c’era un solo uomo a guardia e “cura” del bambino, e nessuno stava appostato nei pressi armato fino ai denti, come si vede nei film. Un intero paese intorbidava continuamente le acque, e questo rappresentava la più grande protezione che potessimo dare a quella disgraziata operazione. Sentinelle e persone normalissime controllavano dalle case ai margini del paese l’arrivo di gente “straniera”, e prima, molto prima che arrivasse qualcuno, noi sapevamo che fare e come farlo. Eravamo la mafia, eravamo San Giuseppe Jato, eravamo la Sicilia …
Si chiamava Maurizio Fomà , coltivava il suo terreno nei pressi della casa di Giambascio, era spettatore privilegiato di quel dramma, ma non aveva nulla da spartire con noi, nè con la mafia. Ci sembrò il carceriere perfetto per il piccolo Giuseppe Di Matteo … Neanche per un istante lo vidi riflettere sulla gigantesca responsabilità che si stava assumendo, nè sul fatto che se l’avessero catturato sarebbe stato condannato a trent’anni di prigione. Avevamo domandato un “favore”, non impartito un ordine, ma poteva scegliere altrimenti quel poveraccio? … Rifiutando di aiutarci, non avrebbe fatto altro che trascinarsi dietro il proprio cadavere …
Dopo poco più di quindici giorni di forzata compagnia di quel bambino che rifiutava con forza da gigante di arrendersi, era scappato (Fomà ) terrorizzato nella sua campagna. Giuseppe Di Matteo aveva fatto un’altra vittima. Fomà , incapace di sopportare quello che vedeva, aveva abbandonato bunker e telecomando, trovando giusto un momento per dirlo a Chiodo (un mafioso), per poi scomparire nella campagna di San Giuseppe Jato. E noi avevamo aperto la caccia. Chiodo e mio cugino si davano il cambio per “sorvegliare” e dar da mangiare al bimbo, mentre tutti quelli coinvolti, o al corrente della cosa, si misero alla ricerca di Maurizio Fomà , con l’ordine di catturarlo, vivo o morto … Dieci giorni dopo la fuga lo trovammo ad attenderci nella casa di mio cugino Francesco La Rosa … Comprendendo subito che avevo intenzioni di rispedirlo nel bunker, come un folle era saltato in piedi … “Ti supplico Giuseppe, ti scongiuro, non mandarmi più in quel posto. Sono un vigliacco, sono un traditore, ma non mandarmi più in quel posto. Ho paura, quel bambino mi fa paura”, e crollò sulla sedia come un sacco vuoto, in attesa. Quel ragazzone non era solo spaventato, era traumatizzato nel profondo dell’anima, tanto che aveva scelto di morire piuttosto che tornare indietro …
Lucida follia
Perchè gli avevo salvato la vita mentre non facevo niente per salvare quella del piccolo Giuseppe? E lui, Giuseppe, come stava? Le titubanze di Chiodo a parlarne mi facevano capire che doveva essere alla fine delle sue sofferenze, e io la sola cosa pratica che stavo tentando di fare era dimenticare, dimenticare. Nella lucidità di quella follia pensavo a lui come a una cosa, piuttosto che una persona, un essere umano. Nella mia mente lo avevo dato per perso. Mi dispiace, Dio solo sa quanto mi dispiace. Perdonami, Giuseppe …
La rabbia del boss
Giovanni Brusca mi aspettava in buona compagnia, in una bella casa di Borgetto … Non impiegai molto a comprendere l’eccezionalità della situazione. Poco importava a Giovanni Brusca quello che stava accadendo nel bunker di Giambascio, e il resto della compagnia neanche ne conosceva l’esistenza. Tentai di parlare, ma Brusca non mi aveva chiamato per ascoltarmi, bensì per ordinarmi. Avevano finalmente individuato il pentito Balduccio Di Maggio, e scelto me per andare ad ammazzarlo …
Quasi completata la riunione … lo speaker del telegiornale interruppe per un attimo il vociare che solitamente accompagnava il nostro commiato. sembrò un tuono: “Grazie alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, per l’omicidio dei cugini Salvo, Brusca, Bagarella e Giovanni Scaduto sono stati condannati all’ergastolo”. Nella stanza il silenzio divenne mortale … Brusca sembrava che stesse rinchiuso in un mondo senz’aria. Lentamente si stava gonfiando, di un rosso così intenso che faceva male agli occhi. Prainito, bianco, con la faccia che sembrava un lenzuolo sporco, mi apparve come un cadavere uscito dalla tomba. Credo che avesse perfino cessato di respirare. I fratelli Vitale mi davano, invece, la sensazione di essere seduti sopra a bracieri incandescenti, e sicuramente avrebbero voluto essere un milione di chilometri lontano da quel posto.
Tutti stavamo guardando Brusca. Chiunque avrebbe avuto paura. Lo conoscevo, credevo di conoscerlo, mentre lui mi stava facendo vedere per la prima volta qualcosa che non avevo nenache immaginato. La folle metamorfosi che si stava verificando mi colse mentre stavo indossando la giacca. E in quella strana posizione rimasi ghiacciato … “Questo cornuto di Santino Di Matteo capirà cosa ha guadagnato facendomi condannare all’ergastolo. Voglio che del figlio di questa carogna non resti nessuna traccia”, disse più a se stesso che a qualcuno in particolare. Ma ero io l’unica persona che stava chiamando in causa.
“Come?”, sentii la mia voce rispondere meccanicamente. “Liberati del canuzzu (piccolo cane) subito”. “Ma …” “Ammazzati ’stu figghiu ‘i bastardo”, disse, scandendo la sentenza di morte del piccolo Giuseppe…
Neanche le ossa
Avrei dovuto macchiarmi del crimine più orrendo che mente umana possa immaginare: sopprimere un bambino che da solo valeva mille volte tutti noi messi insieme. “Voglio che non si trovino neanche le ossa, e voglio che sia fatto questa sera stessa. Domani devi partire per Bologna, e voglio che sbrighi rapidamente questa faccenda”. “Come?”. Mantenendo la testa sempre nella stessa posizione, girò lo sguardo verso i fratelli Vitale e disse: “Fategli avere al più presto possibile i bidoni con l’acido muriatico, che tenete per le grandi occasioni”. Aveva pronunciato la sua sentenza, e l’aveva terminata con una battuta umoristica … Eravamo tutti dei criminali, ma tutti sapevamo che Brusca ci stava costringendo a commettere un crimine indegno, e io sapevo bene che quello era più di un crimine, molto di più. Quella cosa avrebbe riempito di incubi tutte le restanti notti della mia vita, e nel mondo intero sarebbe stata considerata come una delle più ignobili che mai fossero accadute in Sicilia. In quel mondo dove “la mafia rispettava donne e bambini” …
Scaricabarile
Salutai frettolosamente gli astanti lasciando quel luogo, per andare a compiere la nefandezza della mia vita. In compagnia di Enzo Brusca, che avevo raccolto dal suo rifugio dorato nella casa dei fratelli Bologna, trascorsi l’attesa di quell’appuntamento … “Io non ammazzerò questo bambino, Enzo. Io non lo sfiorerò neanche con un dito”. Tutto il mio potere si era ridotto a quella decisione pericolosa, e quello avrei fatto. “Non importa”, mi rispose con la voce stanca, “ci penserà quello scemo di Vincenzo Chiodo. Il piccolo Giuseppe faceva ormai parte della mia famiglia, e neanch’io gli metterò le mani addosso” …
Silenziosamente caricammo i due bidoni sulla mia auto, e partimmo per Giambascio dove ci aspettava il bambino che stava sconfiggendo la mafia, assieme all’uomo che avevamo scelto come suo carnefice. Credevo che così facendo l’inferno del dopo sarebbe stato meno infuocato, ma non era vero. Simili a due automi scaricammo i bidoni, e facendoli ruotare li portammo dentro, dove Vincenzo Chiodo ci aspettava immobile, quasi fosse un burattino da attivare con la corda.
“Dobbiamo ucciderlo”. Era più un’affermazione che una domanda. “Chi lo deve fare?”, domandò, senza rivolgersi a nessuno di noi due in particolare. “Fatelo voi, figlioccio mio”, gli disse Enzo con tono lusinghiero, come se lo stesse mandando a fare qualcosa di cui avrebbe avuto gloria.
E lui neanche capì
Sussurrando parole incomprensibili ci precedette verso la cella di Giuseppe, spalancandola. “Mettiti con la faccia contro il muro”, urlò a quel cosino raggomitolato sul letto. Io e Brusca eravamo nella penombra, alle spalle di Chiodo e il bambino non potè vederci. Ma neanche capì. Meccanicamente, si alzò con fatica per eseguire l’ordine che gli era stato dato, ma continuò a non capire. “Mi portate a casa?”, chiese mentre la cordicella gli si stringeva intorno al collo.
Morì senza rendersi conto che Chiodo, e noi dietro di lui, eravamo entrati nella cella con il viso scoperto. Così morì, dopo aver vissuto nell’inferno per due anni, il bambino che sconfisse la mafia. Quello che successe in seguito non riesce a descriverlo chi lo vide, nè ad ascoltarlo chi leggerà questo libro. Quando l’uomo supera in ferocia la più stupida delle belve, le parole diventano inadeguate.
Argomenti: Cosa Nostra, Giovanni Brusca, Giuseppe Di Matteo, Giuseppe Monticciolo, mafia, Santino Di Matteo, Sicilia
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December 29th, 2007 at 1:28 am
Non ci sono parole, solo dolore; era un bambino INNOCENTE.
Neanche i nazzisti avrebbero fatto questo, vergogna!!!!
December 29th, 2007 at 2:04 am
I nazisti han fatto pure di peggio.
Comunque è stata veramente una grande tragedia, un omicidio di una brutalità indescrivibile.
L’unica “colpa” di quel ragazzino era quella di essere il figlio di un pentito … non sono mai i veri colpevoli a pagare!
March 14th, 2008 at 2:00 pm
Cara Alessia il mito dei “codici d’onore” di mafia e camorra è una menzogna.
Non è solo la mafia dei nostri giorni ad aver infranto il tabù dell’assassinio di bambini e donne innocenti.
Da sempre mafiosi e camorristi non hanno pietà delle loro vittime indipendentemente dalla loro età .
Nel 48, oltre mezzo secolo fa, un pastorello siciliano, Giuseppe Letizia, fu ammazzato solo per aver visto in faccia gli assassini di Placido Rizzotto e nel 1963 Paolino Riccobono, fu ucciso ancora ragazzino perchè nato in una famiglia mafiosa.
March 14th, 2008 at 7:18 pm
Ieri o oggi non cambia. La mafia non ha onore, i mafiosi sono solo assassini e meritano di marcire a vita in galera.