Il ritorno dei mammut?

mammut.jpg

Forse potremmo rivederli allo zoo.

Quando la piccola Ljuba fu recuperata, dopo un sonno lungo 10 mila anni, nel 2007, congelata nel ghiaccio della penisola di Yamal, nel nord estremo della Russia, il professor Alexei Tikhonov, direttore del Museo Zoologico e Vice Direttore dell’Accademia russa di Scienze Zoologiche, stava già lavorando alla realizzazione del suo più grande sogno nel cassetto: riportare i mammut in vita nelle aree polari. Adesso questo sogno sembra potersi trasformare in realtà. Ljuba è il soprannome dato alla femmina di mammut di cinque mesi, che gli scienziati russi hanno estratto intera dai ghiacci lo scorso anno e il cui dna è ora allo studio per essere decodificato e mappato. Per il professor Tikhonov un evento straordinario. L’uomo che “caccia” i mammut infatti non ha dubbi: tra una decina d’anni sarà possibile far nascere un vero mammut, non proprio quello dell’Era Glaciale, ma un prototipo da zoo.

“Abbiamo ricostruito metà Dna, manca l’altro”, ha spiegato lo scienziato russo alla conferenza stampa per la presentazione della nuova attrazione del parco divertimenti di Gardaland dedicata ai Mammut, “Tempi? Due-tre anni, dopodiché potremo azzardare e riportare in vita il mammut, che potrebbe diventare molto presto una realtà”. Ma non sarà una clonazione, avverte l’accademico: “Conoscere il genoma e clonare sono due cose diverse. Per la clonazione servono cellule intersie e quelle che abbiamo sono invece distrutte”. Tikhonov è ottimista, al punto che già parla “di mettere nell’utero di un elefante indiano una cellula ‘recuperata’ e farla generare, affinché il menoma sia uguale a quello del mammut. Così avremo un elefante transgenico. Sicuramente è realizzabile”.

Nel frattempo continuerà gli “scavi” nel Permafrost (terreno ghiacciato) della Siberia, (”l’avamposto occidentale che custodisce mammut con tessuti morbidi”), dove si è trovata la maggior parte dei cuccioli dell’animale preistorico fin dal 18/o secolo. “Il terreno ghiacciato della Siberia (permafrost appunto) è stato l’unica eccezionale fonte di ritrovamento di reperti fossili: il Mammut è uno dei più impressionanti esempi dell’Era Glaciale”, spiega il prfessore. Ma questo animale è sostanzialmente una scoperta recente perché “soltanto nel 1977 è stato scoperto in Siberia, vicino alla costa del Pacifico, l’intero corpo di un mammut. Si tratta del cucciolo maschio di un Mammut chiamato Dima. I mammut adulti invece non sono così ben conservati come i loro piccoli”. Nei secoli precedenti le scoperte hanno riguardato soprattutto parti di adulti: zanne ed ossa principlamente.

Poi nel 1988 iniziano le scoperte lungo la penisola di Yamal (vicino agli Urali) dove è stato ritrovato un fossile femmina chiamata Masha; nel 1991 sono state rinvenute alcune parti di un neonato mammut sul fiume Indigirka nella Yakutia; nel 2004 una prima sezione di un Mammut di anno e mezzo e’ stato portato alla luce ancora a Yamal, vicino al luogo del ritrovamento di Dima e nel 2007 infine il ritrovamento di Lyuba.

Il professor Tikhonov ha spiegato che “tutti questi reperti portano con sé moltissime informazioni non solo per quanto riguarda la morfologia e la forma del mammut ma anche sull’ambiente e sul clima dell’Era Glaciale. Gli ultimi reperti scoperti sono ancora congelati in apposite celle frigorifere e continueranno a fornire esclusive informazioni ai genetisti, ai microbiologi e ad altri scienziati che tentano di rigenerare i mammut e riportarli in vita in Siberia”.
Questo anche grazie all’aiuto ” del cugino più prossimo del mammut, ha aggiunto il professore, “ovvero l’elefante indiano”.

In questi territori, ha spiegato lo scienziato russo, si è consumata una vera e propria tragedia: un baby mammut sopraffatto dal freddo e dal gelo non è riuscito a raggiungere il resto del branco perendo congelato. Questa l’ipotesi che spiegherebbe anche il ritrovamento di Lyuba, secondo Tikhonov, che, sulla scomparsa dei mammut ha una sua teoria: “io sono per un compromesso tra chi dice che la colpa è di un cambio climatico veloce, ma non catastrofico, e altri che imputano la scomparsa allo sterminio fatto dagli uomini”.

Attualmente il professor Tikhonov è coinvolto in 3 importanti progetti collegati al Dna di animali e piante estinte provenienti dal permafrost. Al lavoro del professore russo si affianca quello di Gianluca Frinchillucci che è uno dei pochi ricercatori italiani ad aver eseguito attività di studio nelle aree geografiche Nord-Russo e Russo-Siberiane, in particolar modo nella penisola di Yamal, nella Siberia occidentale, dove nel 1988 nel maggio 2007 sono stati trovati due cuccioli di mammut. “La zona di Yamal, nonostante offra condizioni climatiche molto difficili”, spiega Frinchillucci, “è abitata da insediamenti umani con caratteristiche e curiosità uniche nel proprio genere”. Fra loro i cosiddetti allevatori di renne, raggiunti da Frinchillucci nel 2005, insieme a Luciana Vagge Saccorotti, studiosa specialista dei popoli del Nord russo-siberiano. Dalle note degli studiosi emerge che tale spedizione, nonostante sia stata condotta in una zona in cui l’allevamento della renna non ha eguali, per numero di capi, ha messo in evidenza la situazione critica in cui questa antica tradizione si trova a causa dell’intensivo sfruttamento del territorio, autentica riserva di idrocarburi.

Tale sfruttamento porta inesorabilmente alla riduzione drastica dei pascoli e quindi al mezzo di sostentamento primario delle popolazioni. Gli studi di Frinchillucci si inseriscono nell’International Polar Year (Ipy), il grande programma scientifico incentrato sullo studio dell’Artide e dell’Antartide -che si svolge dal marzo 2007 al febbraio 2009- e che include più di 200 progetti con la partecipazione di scienziati di circa 60 nazioni.

Lo scopo è quello di esaminare una vasta gamma di aspetti di ricerca, fisiologici, biologici, climatici, culturali e sociali per fornire conoscenze fondamentali per la lotta contro il riscaldamento globale e l’estinzione delle numerose piccole etnie che sopravvivono nelle regione artiche e subartiche. Al programma dell’Ipy, per l’Italia partecipa l’Istituto Geografico Polare “Silvio Zavatti” di Fermo con il progetto “Carta dei Popoli Artici”, con l’intento di mettere in luce realtàsconosciute di popoli che, se non saranno adottati interventi drastici che salvaguardino la loro cultura, le loro tradizioni, la loro economia, 0potrebbero essere destinati all’estinzione.

[fonte Tgcom]


Argomenti: , , , , ,

Ritieni questo post utile o interessante?
Condividi

Leggi anche:

Rispondi al post