Lavoro: il merito non basta.

Viene applicato solo dal 36% dei manager.
Buona volontà e impegno non bastano: per lavorare il merito serve, certo, ma a poco. La conferma arriva da un’indagine realizzata da Federmanager e Fondirigenti, che hanno intervistato 752 associati in tutta Italia. E il loro parere è stato quasi unanime. Solo il 36% dei manager ha infatti affermato di applicare incondizionatamente questo metro di giudizio per assumere personale.
Anche se il 91% dei dirigenti si dichiara favorevole a questo principio, passare dalla teoria ai fatti non è scontato. Anzi. Molti fra intervistati, ribadisce l’indagine, dicono che l’abitudine invalsa è quella di affidarsi alle appartenenze e alle relazioni più’ che al merito. Un’abitudine che in molti hanno sperimentato sulla propria pelle: il 46% dei manager ammette di aver fatto carriera non solo grazie alle proprie capacità , ma anche grazie a conoscenze e a legami con cordate e associazioni.
Per gli imprenditori, i parlamentari e i giornalisti sono le “conoscenze politiche” i fattori piu’ influenti per fare strada, mentre per i dirigenti è il “merito effettivo delle persone” e per i consulenti aziendali, i docenti e ricercatori universitari le “relazioni con persone che contano”. Secondo tutti poi, solo il mondo dell’impresa applica in misura rilevante il merito (lo dicono il 58% degli imprenditori e il 50% dei dirigenti del settore privato).
Diversa è la situazione nelle altre categorie. Le peggiori, dice il campione, sono il giornalismo (18%) e la politica (33%), dove la meritocrazia è giudicata quasi inesistente. Il Parlamento è il posto che il 54% del campione ritiene meno propenso al merito, a testimonianza del crescente sentimento antipolitico degli italiani, condiviso anche da buona parte delle classi dirigenti.
Ma non va meglio negli altri settori, dove viene impiegato il merito sono in maniera “modesta”. Positiva invece l’accoglienza mostrata ad alcune proposte concrete per applicare il merito: estensione delle liberalizzazioni (i consulenti sono i più favorevoli), sostegno fiscale alle imprese che fanno innovazione e formano i manager, introduzione della licenziabilità delle persone, puntare sui talenti, abolizione degli ordini professionali (meno d’accordo i giornalisti). La proposta di introdurre la competizione tra istituti universitari è invece stata bocciata dal mondo accademico e dal giornalismo.
Sono più ottimisti i giovani, che dimostrano una maggiore propensione a considerare il merito fondamentale per la carriera. Alquanto pessimista, invece, il loro giudizio sulla meritocrazia ai livelli medio-alti della classe dirigente italiana, soprattutto per quanto riguarda il settore pubblico (97%), il Parlamento (97%), le associazioni di categoria (90%) e le università (89%).
[fonte Tgcom]
Argomenti: colloquio di lavoro, giudizio, imprenditori, manager, meriti lavorativi, meritocrazia
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